Le belle lettere

Inno a Demetra

a cura di Andrew Daventry

Inno a Demetra - testo

Demetra dalla chioma fluente, dea veneranda, io voglio cantare, e con lei la figlia dalle belle caviglie, che Aidoneo rapì – lo consentì Zeus dal cupo fragore, colui che vede lontano.
Lontana da Demetra, d’oro armata, latrice di splendidi frutti, la prese [5] mentre la fanciulla giocava compagna alle figlie d’Oceano dal turgido seno, spiccando vaghi fiori*: le rose e i crochi, e le soavi viole dal tenero prato, e le iridi e i giacinti, e infine quel narciso che Gea generò, secondo il volere di Zeus, lusinga per la bimba dal volto d’aurora, per compiacere colui che molti ne accoglie.
[10] Era questo mirabile creazione, spettacolo prodigioso a vedersi per uomini e dei: un’unica radice sosteneva cento corolle e al suo profumo tutto l’ampio cielo, la terra e i salmastri flutti del mare rendevano omaggio*.
[15] Stupita, lei si avvicinò per cogliere un sì bel giocattolo: allora la terra dalle ampie strade si aprì, violando la piana di Nisa, e il sovrano famelico*, il figlio di Crono dai mille nomi, ne sorse con le sue cavalle immortali.
Afferrata la dea, la trattiene sul suo carro d’oro, [20] mentre lei gridava a gran voce, invocando l’eccelso padre Cronide; nessuno però la sentì, non gli dei o gli uomini e neanche le sue compagne, dispensatrici di frutti*.
Solo la dolce* figlia di Perse, [25] Ecate dal velo lucente*, dal suo antro e Elio, signore del cielo, lo splendente figlio di Iperione, solo loro udirono la fanciulla invocare il padre Cronide. Ma Zeus sedeva in disparte, lontano dagli altri dei, nel tempio dei molti supplici, ricevendo l’omaggio che gli è dovuto dai mortali, [30] mentre il fratello, signore dei molti, colui che molti ne accoglie, col suo favore rapiva la dea riluttante con le sue cavalle immortali.
La speranza di riveder la cara madre e gli eterni dei albergava ancora nel cuore* della fanciulla; [35] ma quando non vide più i campi e il cielo stellato, il mare pescoso dalle inquiete correnti e i raggi del sole*

Delle sue grida immortali riecheggiarono i monti e i gorghi profondi; l’udì infine la venerabile madre [40] e fu colta da un profondo dolore; ratta, sostituì i diademi della chioma divina* con un cupo velo e disperata iniziò a cercare la figlia per ogni dove*, [45] ma nessuno le rivelò quanto era accaduto, né fra gli dei né fra i mortali o fra gli uccelli che volano in cielo.
Per nove giorni la venerabile dea percorse ogni strada, portando con sé fiaccole ardenti; [50] le era nutrimento il suo dolore mentre sdegnava ambrosia e nettare, divini piaceri, o l’acqua che dona riposo alle stanche membra.
Sopraggiunta però, splendente, la decima aurora, le venne incontro Ecate, con in mano una torcia, e le rivolse la parola:
“Venerabile Demetra, madre delle messi, dea dai doni soavi, [55] chi fu fra gli dei o i mortali a rapire la tua Persefone, infliggendoti una tale pena? Ne ho udito chiaramente la voce, ma i miei occhi non hanno scorto il rapitore: ecco, in verità, tutto ciò che posso dirti.”
Così dunque parlò Ecate: non ebbe risposta [60] dalla figlia di Rea, dalle belle chiome, e subito si mossero assieme, tenendo fra le mani le fiaccole ardenti.
Giunsero quindi insieme da Elio sovrano, che vigila solerte su uomini e dei; si fermarono davanti ai suoi cavalli e lei, dea fra le dee, lo interrogò:
“Elio, se mai [65] con parole o opere fui gradita al tuo cuore, ti chiedo di rispettarmi, io che sono dea come tu lo sei. La mia stessa figlia, il mio dolce germoglio, gioia a vedersi… ho sentito il suo forte grido attraverso [70] il cielo luminoso*, come se subisse violenza: i miei occhi però non sono riusciti a scorgerla. Ma tu, che coi tuoi raggi domini tutta la terra e il mare, sii sincero, dimmi se hai visto chi l’ha presa, chi con la forza e contro la sua volontà l’ha allontanata da me.”
E le rispose il figlio d’Iperione:
[75] “Demetra, mia signora, prole di Rea dalle belle chiome, tutto quel che io so lo saprai anche tu, che rispetto e compiango per il dolore d’aver perso tua figlia, dalle belle caviglie. Sappi che nessuno ne ha colpa fra gli immortali se non Zeus, signore dei nembi, che la concesse [80] ad Ade, suo fratello, quale fiorente sposa. Questi, dopo averla rapita, la condusse con le sue cavalle nella più cupa oscurità, incurante delle sue alte grida. Ma tu, o dea, devi smettere di consumarti nel pianto e placare il rancore insaziabile che sembra animarti. Aidoneo, signore di molti, [85] tuo fratello e tuo consanguineo non è un genero disprezzabile fra i grandi immortali: nella ripartizione gli assegnò la sorte il sotterraneo regno, dove abita assieme a coloro dei quali è signore.”
Dopo queste parole, Elio spronò i cavalli che, sotto il suo incitamento, come uccelli dalle forti ali trainarono veloci il suo carro, [90] mentre un dolore ancor più atroce e terribile penetrava il cuore di lei.
In collera con il Cronide che regna sulle nere nubi, abbandonato il consesso degli dei e l’Olimpo luminoso, si recò raminga per le città degli uomini e per i loro ricchi terreni, e lì rimase a lungo, senza rivelare chi fosse; e nessun uomo o donna [95] dalla vita sottile la riconobbe, fino a quando non giunse alla dimora del saggio Celeo, che regnava su Eleusi odorosa.
Sedeva sul ciglio della strada, afflitta nel cuore, presso il pozzo Partenio, dove i cittadini erano soliti attingere acqua, [100] sotto l’ombra di un ulivo frondoso.
Sembrava una donna anziana*, ormai lontana dalla gioia del parto e dai doni di Afrodite, amante delle ghirlande, del tutto simile nell’aspetto a chi serve i re che amministrano la giustizia, facendo da nutrice o dispensiera nelle dimore ricche di echi.
[105] La prole di Celeo, figlio di Eleusi, venuta ad attingere l’acqua che scorre abbondante per riempire le brocche di bronzo della casa paterna, così la incontrò.
Erano quattro figlie, simili a dee nell’aspetto*, quali fiori appena sbocciati: Callidice, Cleisidice, l’amabile Demo e [110] Callitoe, fra tutte la più grande. Nessuna di loro però la riconobbe. Difficile è, per i mortali, ravvisare gli dei*.
Fermatesi vicino a lei, chiesero con parole sincere*:
“Da dove vieni, madre*, e che nome porti sulle tue spalle? Perché sei qua, lontana dalla città, e non ti avvicini di più alle case? [115] Là nelle sale piene d’ombra, ci sono altre donne della tua età e più giovani, che sarebbero liete di accoglierti con amicizia.”
Questo le chiesero. E la dea venerabile rispose:
“Care figlie, chiunque voi siate, [120] vi saluto e vi risponderò con parole sincere, come è giusto che sia. Il mio nome è Doso; così mi chiamò la mia venerata madre. Vengo da Creta, dopo aver solcato l’ampio dorso del mare, [125] rapita dai pirati e condotta qui mio malgrado. Approdata a Torico la nave veloce, noi donne fummo fatte scendere tutte assieme, e io mi allontanai mentre i nostri arroganti padroni preparavano un pasto. Del cibo dolce come miele rifiutai il conforto e [130] mi rifugiai nel cupo entroterra, per scappare da coloro che volevano incassare il mio prezzo senza averlo mai pagato.
In questo modo, errando di paese in paese, sono giunta qui, sola e straniera in questa città. [135] Pregherò gli dei che vi concedano nozze onorevoli e figli che rallegrino i propri genitori: voi, fanciulle, abbiate pietà di me e siatemi amiche. Sono una donna non più giovane: [140] sapete se c’è qualche casa dove potrei lavorare con impegno? Potrei tenere un bimbo appena nato fra le braccia, essergli una buona nutrice, aver cura della casa, preparare il letto dei miei signori nelle stanze più interne e insegnare quanto so fare a donne più giovani.”
[145] Così disse la dea. E immediatamente le rispose la pura Callidice, la più graziosa delle figlie di Celeo*:
“Madre, sebbene a malincuore noi esseri umani dobbiamo sopportare ciò che gli dei ci assegnano: troppo più forti di noi sono per contrastarli. Ma mi è facile indicarti chi siano [150] gli uomini che primeggiano per potere e onore, che guidano il popolo e proteggono la nostra città con saggi consigli e ferme sentenze. Il saggio Trittolemo, Dioclo, Polisseno, Eumolpo il giusto, [155] Dolico, e il nostro valoroso padre: di tutti costoro le spose curano la casa e nessuna di loro ti disprezzerà o vorrà allontanarti, tanto tu assomigli a una dea.
[160] Ma, se lo desideri, attendi che noi torniamo a casa e raccontiamo tutta la tua storia a Metanira dalla vita sottile, nostra madre; speriamo di poterti accoglierti noi, senza che tu debba cercare altrove. Lei ha un figlio prediletto, che nel palazzo ben costruito [165] viene allevato: è nato tardi, dopo lunga attesa, accolto con gioia. Se lo accudissi, lui, giunto nel vigore della giovinezza, ti ricompenserebbe di ogni tua fatica, tanto da suscitare invidia in qualunque altra donna.”
Questo le disse e lei fece cenno di sì con la testa: e le fanciulle, dopo aver [170] riempito d’acqua i fulgidi vasi, li riportarono esultanti giungendo velocemente alla grande casa del padre, dove riferirono senza indugio alla madre quanto avevano visto e sentito. E questa subito le invitò ad andare e a tornare con la donna, promettendole un ricco salario.
Come a primavera cerbiatte o giovenche, [175] sazie di cibo, balzano sui prati, così queste, trattenendo i lembi delle leggiadre vesti, si slanciarono per la strada avvallata, le chiome che giocavano intorno alle spalle simili a crochi.
Trovarono l’illustre dea vicino alla strada, dove poco prima [180] l’avevano lasciata e la condussero alla casa paterna; lei, afflitta nel cuore, le seguiva avvolta nel peplo scuro che arrivava alle sue gambe sottili.
In fretta giunsero alla porta di Celeo, caro a Zeus, [185] e raggiunsero la reverenda madre che sedeva presso un saldo pilastro, stringendo al petto il suo pargolo, tenero virgulto. La dea varcò la soglia: col capo sfiorava la volta e la sua figura riempiva il vestibolo di divino splendore.
[190] Rispetto, venerazione e un livido timore sopraffecero la donna che si alzò dal trono in onore della dea e la invitò a sedersi. Ma Demetra, alfiere delle stagioni, dea dagli splendidi doni, non volle sedersi sullo scranno splendente e rimase in silenzio, i suoi begli occhi rivolti verso il pavimento, finché [195] la solerte Iambe non preparò per lei un solido seggio, con sopra una candida pelle.
Là si sedette, tendendo con le mani il velo sul volto: a lungo rimase lì seduta, muta, afflitta, senza rivolgere ad alcuno parola o gesto, [200] senza toccare cibo o bevanda, consumandosi nel dolore per la perdita della figlia, dalla vita sottile.
Fu la solerte Iambe con i suoi lazzi, continuando a scherzare, a strappare alla venerabile dea un sorriso, rasserenandole [205] l’animo*; e, da quel momento, fu cara al cuore della dea.
Allora Metanira, riempita una coppa di vino, più dolce del miele, a lei la porse, ma la dea fece cenno di no: bere vino purpureo, disse, non le era concesso e chiese di avere acqua mescolata con farina d’orzo, assieme alla menta delicata.
[210] La donna preparò il ciceone e lo porse alla dea, come le era stato chiesto: Deo veneranda l’accolse e fu questo il principio del rito.
Poi parlò l’elegante Metanira:
“Salute, o donna; io credo tu sia nata da genitori nobili, dato che sul tuo viso ritrovo la stessa decorosa grazia che risplende sui volti [215] dei re, amministratori di giustizia. È a malincuore che noi uomini dobbiamo sopportare ciò che ci concedono gli dei: questo è il gioco che ci grava sul collo. Ma ora che sei qui tra noi, puoi disporre di tutto quel che possiedo: proteggi questo mio figlio che, nato tardi, contro ogni nostra speranza [220] mi hanno concesso gli dei – molte sono le preghiere che ho rivolto per averlo. Se tu lo allevassi, lui, giunto nel vigore della giovinezza, ti darebbe un tale compenso da farti invidiare da qualunque altra donna.”
E così le rispose Demetra dalla bella corona: [225] “Anche a te mi auguro che gli dei concedano salute e prosperità. Di buon grado mi occuperò di tuo figlio, come mi chiedi. Lo alleverò e non sarà per mia imperizia che lo colpirà un maleficio o il veleno di un’erba. Conosco infatti un rimedio più forte di questi e [230] nessuno dei sortilegi perniciosi potrà resistere ai miei validi scongiuri.”
Dopo aver così parlato, lo accolse fra le sue braccia immortali, appoggiato al seno odoroso: e ne gioì in cuore la madre.
E la dea allevava [235] nel palazzo Demofonte, lo splendido figlio del saggio Celeo e di Metanira dalla bella cintura. E questi cresceva pari agli dei, senza mangiare cibo o succhiare il bianco latte.
Lo ungeva d’ambrosia, onore riservato a chi è di stirpe divina, col dolce alito suo lo cresceva, stringendolo al seno: e di notte, [240] di nascosto dai suoi genitori, lo esponeva al fuoco come fosse un tizzone. Grande era la meraviglia di costoro nel vederlo crescere precoce e nell’aspetto del tutto simile a un dio.
E il rito lo avrebbe preservato da vecchiaia e da morte se la stolta Metanira dalla bella cintura, non li [245] avesse sorpresi una notte dalla sua stanza odorosa: la madre, temendo per il figlio e profondamente sconvolta nell’animo, gettò un forte lamento:
“Demofonte, figlio mio, la straniera ti espone a una simile fiamma: lacrime, lutto e dolore ci attendono.”
[250] Tali furono i suoi gemiti, uditi anche dalla divina fra tutte le dee.
Irata con lei, Demetra dalla bella corona allontanò dal fuoco con le sue mani immortali quel figlio che, insperato, aveva allietato il palazzo e lo pose a terra lontano da sé, terribilmente sdegnata nell’animo, per poi [255] rivolgersi a Metanira dalla bella cintura:
“Oh uomini stolti, incapaci di comprendere il bene o il male nel futuro che incombe*! Anche tu, nella tua ignoranza, ti sei smarrita. Che le acque inesorabili dello Stige, sulle quali giurano gli dei, mi siano testimoni: io avrei reso [260] immortale tuo figlio e immune agli sfregi del tempo, concesso gli avrei privilegi divini. Ora mi hai reso impossibile strapparlo alla morte, ma onore avrà comunque perenne, lui che ha giocato sulle mie ginocchia, che ha dormito fra le mie braccia. Così, ogni volta che le stagioni avranno concluso il loro ciclo, [265] per lui i figli di Eleusi si scontreranno fra loro, in una mischia terribile. Io sono l’augusta Demetra, colei che più di ogni altro procura conforto e gioia agli uomini e agli dei.
[270] Dunque che il popolo innalzi ai piedi della città e delle sue alte mura un grande tempio e un altare, da porsi sulla collina che domina il Callicoro. E sarò io stessa a istruirvi sui riti, affinché in futuro con una pia celebrazione possiate placare la mia collera.”
[275] Dette queste parole, la dea mutò d’aspetto e statura; svanito il peso degli anni, rifulge in bellezza e un leggiadro profumo si effonde dal suo peplo odoroso, mentre il corpo immortale risplendeva di una luce divina. Le bionde chiome cadono sulle spalle e [280] la solida casa sembra attraversata da un lampo di luce*.
Lei uscì, attraversando la sala; e subito Metanira cadde in ginocchio, senza riuscire a parlare, madre dimentica persino del figlio diletto, abbandonato sul pavimento.
Furono le sorelle a udirne il lamento implorante e ad accorrere, abbandonando [285] i soffici letti: una di loro lo prese fra le braccia e lo portò al seno, l’altra ravvivò il fuoco mentre l’ultima, con passo leggero, accompagnò la madre fuori dalla sala profumata.
Le donne poi, radunatesi intorno al bambino, lo lavarono incuranti delle sue proteste, [290] prestandogli ogni cura e attenzione. L’infante, però, continuava a lamentarsi: di gran lunga meno brave erano le nutrici che lo accudivano rispetto alla dea.
Tutta la notte vegliarono, tremanti di paura, per provare a placare la dea gloriosa: e, apparsa l’aurora, raccontarono a Celeo possente [295] quel che aveva statuito Demetra dalla bella corona.
Questi, convocato il popolo numeroso, ordinò d’edificare un ricco tempio e un altare sulla collina in onore di Demetra dalla bella chioma; udite tali parole, tutti obbedirono [300] costruendo il tempio secondo le sue indicazione e questo sorse alto, come piacque alla dea.
Finito il lavoro faticoso tornarono a casa: e la bionda Demetra ne fece la sua dimora, sedendo lì lontana da tutti i beati, a piangere la perdita della figlia dalla bella cintura.
[305] Atroci rese quell’anno le zolle un tempo feconde per gli uomini: nessun seme rimase per attecchire, tutti li nascose Demetra dalla bella corona. Invano i buoi trascinavano l’aratro curvo sui prati, invano l’orzo imbiancava generoso il terreno crudele.
[310] E certo lei avrebbe condannato l’intera stirpe dei mortali a una crudele morte, privando gli dei dell’onore dei sacrifici loro dovuti, se Zeus, meditando in cuor suo, non avesse deciso di prendersene cura.
E così il dio chiamò quindi Iride, d’oro alata, affinché parlasse [315] a Demetra dalla bella chioma, splendida a vedersi. Lei, obbedendo al Cronide che regna sulle nere nubi, solcò l’aria con passi veloci fino a giungere alla rocca dell’odorosa Eleusi, dove trovò Demetra dallo scuro peplo, e [320] le offrì parole sincere:
“Demetra, il padre Zeus dal volere invincibile*, t’invita a ricongiungerti con gli dei. Fai che la mia parola, che promana da Zeus, non rimanga inascoltata.”
Tale era la sua supplica; ma l’animo della dea rimase sordo.
[325] Allora Zeus mandò tutti gli dei celesti ad invocarla, offrendole molti e splendidi doni e ogni privilegio che potesse desiderare; niente però riusciva a piegarne la mente e l’animo, a sopire l’ira [330] che le straziava il petto: ogni proposta era rifiutata con durezza e la dea affermava che mai sarebbe tornata all’Olimpo odoroso né alcun frutto sarebbe più nato se prima non avesse rivisto la sua bambina, il suo dolce volto.
Quando Zeus dal cupo fragore, colui che vede lontano, ebbe sentore di ciò, [335] inviò all’Erebo l’Argifonte, il dio dalla verga dorata, affinché con miti parole convincesse Ade a rimandare a casa la casta Persefone, così che risorgesse alla luce fra gli altri dei e che la madre, riabbracciata la figlia, sopisse la sua collera.
[340] Obbedì Ermes e ratto lasciò l’Olimpo diretto alle tenebrose dimore di Ade che trovò seduto con la venerabile sposa, sofferente per la mancanza di quella madre [345] che tanto duramente soffriva i soprusi degli dei.
Avvicinatosi, così parlò il forte Argifonte:
“O Ade dalle cupe chiome, tu che regni sui morti, il padre Zeus mi ordina di ricondurre fra gli dei superi la nobile Persefone, affinché la madre, [350] rivedendola, ponga fine all’ira e al risentimento che nutre nei confronti degli immortali. Il suo progetto è grave: vuole annientare la debole stirpe dei figli della terra, nascondendo il seme sotto le zolle e impedendo che questa ci onori come meritiamo. [355] Tremenda è la sua collera; e lei non si mescola a noi ma siede in disparte, dentro il tempio odoroso, abitando l’aspra rocca di Eleusi.”
Questo disse e il signore dei morti, Aidoneo, non si ribellò all’ordine di Zeus suo signore e fece cenno di sì, per poi esortare subito la saggia Persefone:
[360] “Persefone, è giunto il tempo che tu ritorni da tua madre dallo scuro peplo, con animo e cuore sereni, senza covare ulteriore tristezza. Non sono per te sposo indegno, io che, fra gli immortali, sono fratello di Zeus. [365] Qui tu regnerai su tutti gli esseri che vivono e si muovono e regina sarai quanto a onori. Sempre sarà castigato chi oserà oltraggiarti, chi non compierà per te i sacri riti o non ti offrirà quanto ti è dovuto.”
[370] Così disse; si rallegrò la saggia Persefone e balzò in piedi, ricolma di gioia. Ma lui, di nascosto da Ermes, le dona, dolce a mangiarsi, un chicco* di melograno, traendola a sé, che lei non potesse rimanere per sempre lassù, presso la venerabile Demetra dallo scuro peplo.
[375] Quindi Aidoneo, signore di molti, aggiogò i cavalli immortali al carro d’oro e il forte Argifonte, lei al suo fianco, con redini e frusta lo guidò fuori dal palazzo.
[380] I due cavalli di buona lena si alzarono in volo percorrendo lungo cammino; né il mare, né i fiumi, né le valli erbose o le cime dei monti fermarono l’impeto delle due bestie divine, che sopra questi fendevano il cielo profondo.
Dopo averli condotti là, dove aspettava Demetra dalla bella corona, [385] { li fece fermare davanti al tempio odoroso: e la dea, vista sua figlia, si slanciò verso di lei, quale una menade che corre fra i boschi sul versante ombroso del monte.
Da parte sua Persefone, scorti i begli occhi di sua madre, balzò giù da carro e cavalli e si mise a correre, si gettò al suo collo avvolgendola con il suo abbraccio.
[390] Ma mentre lei teneva ancora fra le braccia la giovane, subito dentro di sé presentì un crudele inganno; colta da un profondo tremore, si scostò dall’abbraccio e subito le chiese:
“Figlia mia, quando eri lontana da me, hai per caso mangiato qualcosa? Dimmi senza nascondere nulla, affinché anche io sappia quel che è successo.} [395] Se non lo hai fatto potrai ricongiungerti a me e al padre Cronide, signore delle nere nubi, onorata da tutti gli dei. Ma se hai mangiato, per un terzo dell’anno dovrai invece abitare nell’oscuro paese, [400] e solo per il resto del tempo potrai rimanere con me e gli altri immortali. E ogni volta che la terra si ornerà dei fiori odorosi dai mille colori, ogni primavera dalla tenebra tu sorgerai di nuovo, meraviglia per tutto il creato. Però dimmi, come ti rapì nell’oscurità, con quale astuzia ti ingannò il dio possente e insaziabile?”
[405] E a lei rispondeva Persefone, incantevole a vedersi:
“Madre, ti dirò tutto ciò che accadde, sinceramente. Quando giunse da me Ermes, benefattore, nunzio veloce del padre Cronide e degli altri celesti per liberarmi dall’Erebo e sopire [410] la tua collera verso gli dei, subito io mi alzai, fremente di gioia, ma lui, me ignara, mi porse un chicco di melograno, cibo dolce come il miele, di modo che, senza volerlo, mi vincolassi a lui. Come mi abbia rapita, col favore di [415] mio padre, Cronide, e mi abbia portato con lui ora ti dirò, come tu mi chiedi. Eravamo sull’ameno prato noi tutte, Leucippe e Faino, ed Elettra e Iante, e Melite e Iache, e Rodeia e Calliroe, e [420] Melobosi e Tyche, e Ociroe dal roseo volto, e Criseide e Ianeira, e Acaste e Admete, e Rodope e Pluto, e la seducente Calipso, e Stige e Urania, e l’amabile Galaxaura, e insieme Pallade che incita alla battaglia e Artemide, infallibile con l’arco; [425] eravamo lì a giocare e raccogliere insieme i graziosi fiori, il dolce croco e le iridi, e il giacinto e i boccioli di rosa, e i gigli, meraviglia a vedersi, e il narciso, che l’ampia terra generò come il croco. Io quindi ne raccoglievo, piena di gioia, ma [430] la terra si aprì e ne balzò fuori il possente dio che molti accoglie e con un carro d’oro mi portò nel suo regno, nonostante la mia resistenza e le mie alte grida. Ed ecco, il ricordo ancora mi affligge, tutta la verità.”
Per tutto il giorno le due, con uguale sentimento, [435]furono l’una per l’altra balsamo per il dolore e gioendo nella reciproca compagnia, con infiniti gesti d’affetto riuscirono a placare le loro ferite*. L’una all’altra donava gioia e al pari ne riceveva.
Le raggiunse Ecate dallo splendido velo e con molti abbracci salutò la figlia della casta Demetra, [440] divenendone da allora ministra e compagna.
E Zeus dal cupo fragore, colui che vede lontano, inviò loro Rea dalla bella chioma quale sua messaggera, per ricondurre con sé Demetra dallo scuro peplo, promettendo di concederle ogni privilegio cui ambisse; [445] e stabilì che sua figlia avrebbe passato la terza parte dell’anno nella cupa oscurità e le altre presso la madre, con gli altri immortali. Così decise; e la dea obbedì agli ordini di Zeus.
Subito si slanciò dalle vette dell’Olimpo e giunse a [450] Rario, un tempo terreno fertile e ricco, e ora infecondo, sterile e grigio, che nascondeva l’orzo bianco secondo il volere di Demetra dalle belle caviglie. Ma in futuro sarebbe stato coperto di lunghe spighe, [455] dolce chioma primaverile; nel terreno i pingui solchi sarebbero stati carichi di spighe, da legare in covoni.
Lì giunse la messaggera dal limpido cielo; e con gioia le dee si videro e se ne rallegrarono.
Poi Rea disse a Demetra, dallo splendido diadema:
[460] “O figlia, Zeus dal cupo fragore, colui che vede lontano, ti chiama per ricongiungerti alla tua stirpe e ha promesso di concederti quanto vorrai. { Demetra vestirà di tenebra per la terza parte dell’anno, [465] ma per le altre due sarà presso di te e gli altri immortali. Questo ti promette, confermandolo con un cenno del capo*. Vieni, dunque, figlia mia; obbedisci e non essere troppo adirata contro il Cronide dalle nere nubi: anzi, offri subito agli uomini le tue messi, datrici di vita.” }.
[470] Così diceva; né si sottrasse Demetra dalla bella corona, che subito fece crescere il frutto dei campi ricchi di zolle. L’ampia terra si riempì di foglie e fiori; lei poi si mise in cammino e insegnò ai re che amministrano la giustizia, a Trittolemo e a Diocle agitatore di cavalli, al forte [475] Eumolto e a Celeo comandante di eserciti, la norma del sacro rito; e rivelò i misteri solenni, che non è lecito profanare, indagare o palesare, frenati dal rispetto per le dee.
[480] Beato chi fra gli uomini è ammesso al rito: e chi non vi è iniziato, chi non vi partecipa, mai godrà di un simile destino, nemmeno dopo la morte, nella triste tenebra.
Quando infine la divina fra le dee ebbe rivelato tutto, [485] madre e figlia si avviarono verso l’Olimpo, al consesso degli dei e lì presero dimora, auguste e venerabili, accanto a Zeus che gioisce del fulmine. Beato è il mortale a cui loro concedano benevolenza: subito riceve presso il suo focolare la visita di Pluto, araldo di ricchezza per gli uomini.
[490] E ora, tu che reggi Eleusi odorosa, Paro cinta dal mare e Antrone rocciosa, o veneranda Deo, signora delle messi, dagli splendidi doni, tu e tua figlia, la splendida Persefone, compensate il mio canto con la prosperità che rallegra il cuore.
[495] E io di te farò anche in un altro mio canto ricordo.

Rimandi e note alla traduzione

* mentre la fanciulla… spiccando vaghi fiori: La traduzione proposta deve molto a quella, ben più poetica, di Gerunzi – mentr’ella, lungi a Demetra succinta le vesti d’oro e degli auri pomi datrice, scherzava compagna alle d’Oceano figlie dal turgido seno, spiccando fior vaghi.

* al suo profumo… mare rendevano omaggio: Letteralmente γελάω significa ‘sorridere’; la resa presente è scelta personale, e opinabile, del traduttore; ottima anche la versione offerta di Ciani – il suo profumo dolcissimo inebriava il cielo immenso e la terra e la distesa del mare salato.

* il sovrano famelico: Si segnala in questo punto un fortissimo debito con Leconte de Lisle che, per πολυδέγμων, ci regala un libero quanto poetico – le Roi insatiable.

* le sue compagne, dispensatrici di frutti: Letteralmente ‘ἀγλαόκαρποι ἐλαῖαι’ dovrebbe essere ‘gli ulivi dagli splendidi frutti’; la variazione scelta, supportata da ampia (ma non unanime) critica, è motivata nel commento al testo. Splendida appare invece la chiusura Romagnoli – delle sue vaghe compagne, nessuna.

* dolce: Notevole l’interpretazione di Cullen che legge ἀταλὰ φρονέουσα (letteralmente, ‘dai candidi pensieri’) come un inno alla spensieratezza e all’innocenza giovanile – whose thoughts are of youthful mirth.

* dal velo lucente: Sublime la deriva di Rayor che legge ‘λιπαροκρήδεμνος’ come un velo impalpabile, inconsistente, di pura luce (forse di luna?) – veiled in light.

* La speranza di… ancora nel cuore: Tenera e quasi infantile l’immagine evocata da Romagnoli – sebben crucciato, il cuore tuttora molciva speranza.

* ma quando non… raggi del sole: Eccellente Gerunzi – ma sino a che la terra e il cielo stellato la diva scorgeva e il mare pescoso, inquieto elemento.

* della chioma divina: Particolarmente appropriati sono Foley e Rayor con – her ambrosial locks.

* a cercare la figlia per ogni dove: Letteralmente, ‘si slanciò per terra e mare, come un uccello’, qui variata per evitare la successiva ripetizione.

* il cielo luminoso: Ἀτρύγετος appare di difficilissima resa; tradizionalmente letto come ‘infecondo’ (Càssola), ho preferito scegliere una variante che vuole provare a coniugare efficacemente due proposte, quella di Brandenstein (1936) che propone ‘limpido’ e quella di Pisani (1939), che preferisce ‘scintillante’.

* una donna anziana: Evocativo Gerunzi – pareva una vecchia antica.

* Erano quattro figlie, simili a dee nell’aspetto: Ancora Gerunzi – quattro, sì come dee, fregiate del fior giovanile.

* Difficile è, per i mortali, ravvisare gli dei: Deliziosamente arcaiche suonano le proposte di Gerunzi – forte ai mortali è conoscer le dee - e Romagnoli – ch’è per gli umani cosa ben ardua, conoscere i numi.

* con parole sincere: Càssola considera la formula ‘parole alate’ (ἔπεα πτερόεντα) come ‘ormai consacrata dall’uso e insostituibile’; ho però preferito sostituire il termine omerico, mutuato dalle frecce per indicare un discorso che colpisce infallibilmente il bersaglio, con una traduzione più libera nell’interpretazione, considerandole parole sincere, che colpiscono l’animo.

* madre: Γραῦς letteralmente indica una ‘donna anziana, vecchia’; la traduzione, accolta dalla stragrande maggioranza degli studiosi, non mi trova concorde, in quanto troppo fredda come incipit per questo dialogo, per cui ho preferito sostituirlo con ‘madre’ più dolce e rispettoso nell’uso odierno nonché in accordo con la successiva risposta della dea.

* la pura Callidice… scelta dei vocaboli: di Celeo la più vezzosa figlia, Callidice, vergine intatta.

* continuando a scherzare… rasserenandole l’animo: Sempre magistrale Gerunzi – la dea costrinse, onorabile pura a un giocondo riso e fecele ilare il core.

* incapaci di comprendere… futuro che incombe: Pregevole quanto conciso Gerunzi – né del ben né del mal futuro presaghi.

* la solida casa… un lampo di luce: Poetica la scelta di Gerunzi – e di splendore s’empie qual d’un astro la solida casa.

* dal volere invincibile: Le possibili traduzioni di ἄφθιτα εἰδὼς sono divise fra chi opta per il riferimento a una volontà indomita e chi, invece, vuole leggervi una presunta onniscenza, difficile però da giustificare nell’ambito della mitologia classica.

* dolce a mangiarsi, un chicco: un chicco soave – così lo definisce, con splendido accostamento, Romagnoli..

* Per tutto il… le loro ferite: Leggiadra, come sempre, l’immagine evocata da Gerunzi – Così per tutto il giorno unite in un dolce pensiero l’una dell’altra in seno del core il contento mescea, e si faceano festa, che tregua avean posto al dolore.

* Questo ti promette… cenno del capo: Evocativo Gerunzi – Son queste le sue promesse, ch’egli fermò con il cenno del capo.